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Eugenio Mirti, l’ho conosciuto col diminuitivo “Eug”, tempo fa, quando nella promozione del lavoro “Between 3&4” mi dedicò il suo tempo e la sua penna per l’autorevole JAZZIT.

Da smanettone quale sono, ho cercato di comprendere la persona e l’artista che si celava dietro questa nuova conoscenza, scoprendo un chitarrista, musicista e conoscitore della materia musicale di livello. Una persona che mi ha sorpreso nelle molteplici e valide espressioni del proprio talento.

Oggi, perciò, è con grande onore che voglio parlarvi del suo ultimo lavoro discografico: “Zen#4 – Music for Meditation & Celebration”.

Nell’ambiente, fra condivisioni, stampa e recensioni, si arriva più o meno a captare le nuove uscite e la musica che emerge, sia dei grandi e blasonati autori, come di quelli, in cui annovero Mirti, dei più ricercati, validi che -fortunatamente- vivono all’ombra di certi meccanismi commerciali. Dico fortunatamente perchè le cose valide non sono accessibili a tutti, pur godendo di popolarità via via crescente e meritata, “Zen#4” è un lavoro da scoprire ad ogni riproduzione.

Anzitutto, da purista e pantofolaio della chitarra, sono rimasto colpito dalle sonorità aggressive, evanescenti e sconvolgenti dei brani. La gran parte delle 13 tracce sono originali, mentre ritroviamo alcuni riarrangiamenti, appunto, sconvolgenti. Sento tutto la voglia di spezzare le catene di certi clichè, di cambiare la storia, di far irrompere il genio di Mirti nel genio altrui, con caratteristiche a volte spigolose e a volte melanconiche. Nondimeno lo associo al tartufo, prodotto pregiato ma che va saputo comprendere e dosare altrimenti ci si può rovinare il gusto, non apprezzando le sue vere qualità.

Dopo questo doveroso cappello introduttivo, vi elenco i brani:

  1. Zen#4
  2. Spring 2018
  3. Sorrow
  4. Naima
  5. Up jumped spring
  6. Tomorrow never knows
  7. XIV – Temerance
  8. White flower
  9. Spring 2018 – JP version
  10. Zen#5
  11. Far star
  12. Coral
  13. Mutual dreaming

Il lavoro si apre con il primo brano, Zen#4 appunto, che già ci introduce in un mood molto caratteristico e aromatico. Si perchè mi dà molto l’idea di intensità, così come la passione e l’amore di Mirti per l’oriente, si sentono tutti. Incenso, balsamo, pentatoniche, spigoli alternate a moribdezze, si fondono nel primo brano, che dimostrano il condensarsi di un’emotività e un’irruenza uniche.

Spring 2018 ci ispira con sonorità proprie degli scenari evocativi e meditativi, con l’uso di effettistiche la chitarra, da strumento, diventa pennello su una tela fatta disegnata con acquarelli. Il brano, tenue ed evocativo, è la dimostrazione che Mirti sa colpirci anche con evocazioni soffici e delicate.

Sorrow un brano fugato e fugace di atmosfere malinconiche, come il titolo già ci fa presagire. Ci aiuta ad asciugare l’orecchio, non facendo per questo motivo calare l’attenzione sulla composizione e ci introduce ad una nuova intepretazione dell’interiorità e della meditazione secondo Mirti, presa legittimamente in prestito dal grande Béla Bartók.

Segue Naima, tributo alla musica del grande John Coltrane. Con reverberi e delays Mirti ci offre la sua interpretazione della nota ballata creando anche qui un mood evocativo ed evanescente. Le note eteree del brano sono crescenti nello sviluppo offerto. Da un chitarrista di livello non potevo aspettarmi di meglio che ascoltare questo brano SENZA ASSOLO. In questo sento al sensibilità del nostro artista che ha voluto esprimersi su un piano diverso e non scontato, pur parlando di un lavoro che ha fra le sue caratteristiche le influenze jazzistiche.

Sempre per rimanere in tema “cover” con Up jumped spring, che con un effetto pan rivive in un’esposizione simile a una cantilena. Sembra una piccola storiella che ci raccontava il nonno, dolce ma con qualche attimo destabilizzante, qualche suono spigoloso che però è solo un presagio per uno sperato e accomodante lieto fine. Mirti ci ricorda che il suo background passa anche attraverso il grande Thelonious Monk, di cui associo certe caratteristiche ascoltate nel disco “Zen#4” e in questo brano.

Tomorrow never knows, è un brano che mi ricorda in un certo senso Pat Metheny, ma è in realtà dei Beatles. L’operazione di abbracciare diverse culture, come ha fatto precedentemente il chitarrista americano e il famoso gruppo, lo ritroviamo anche in Mirti che qui con le sue caratteristiche già individuate offre un nuovo spessore e aderenza al concetto di “World music” come vera e propria contaminazione.

Passiamo quindi al rock: mi sa di rock tosto il successivo XIV – Temperance. Il suono graffiante irrompe nel mio orecchio e lo sconvolge, tanto più poi il passaggio su un suono pulitissimo che arriverà poi è un forte contrasto con White Flower. La temperanza, dopotutto, è l’unione dei due opposti che si sentono in questo brano… maschile e femminile si uniscono in questa tradizionale icona dei tarocchi. Mirti ci regala anche queste evoluzioni.

Spring 2018 – JP version, riprende il brano già presente nel disco con un arrangiamento più fruibile, da un chitarrismo già sentito ma che non snatura l’originalità del lavoro. Meno spigoloso ma adatto alla meditazione e alla scoperta. Lo interpreto come un regalo all’ascoltatore medio, che qui può ritrovare, in modo più immediato, l’essenza di Spring 2018.

Zen#5, anch’esso originale come il bano che da il titolo al disco, continua un ipotetico lato B, la chiusura del lavoro con una stesura della chitarra in solitaria. L’approccio minimalista e di asciugatura introdotto da Spring 2018 JP version in poi, denota la voglia di Mirti di portarci al compimento del lavoro con intensa intimità. Quasi a spogliarsi delle vesti mostrate precedentemente e rimarcare ancor di più l’essenza del lavoro.

Il maschile e il femminile, nei suoni, si contrastano in Zen#5, la carta XIV la ritroviamo declinata in questi ultimi brani e voli pindarici di Mirti. Altro non sono che il raggiungimento più profondo di uno stadio di coscienza sviluppato e dipanato nell’album. E arrivando verso l’essenza, o il fondo, lasciamo alle spalle una serie di elementi che, non erano supreflui, ma parte del percorso che grazie alla meditazione proposta dai brani di Mirti, assumono un aspetto funzionale nella prima parte per lasciare spazio ad altri elementi nel prosieguo.

Siamo adesso in un cielo, Far Star ci illumina, con le note ribattute, ripetute, in lontananza ci da un senso di eco proprio dello spazio e della profondità. La luce del brano è soave, stavolta femminile, ma ugualmente decisa e ribadita come un mantra, d’aiuto per entrare sempre di più nello spirito del brano e di tutti i brani.

E’ una versione reinterpretata il brano successivo: Coral, di Leo Brouwer. A discapito di rischiare la lontananza dal porto sicuro, Mirti si accinge a coivolgerci e sconvolgerci nuovamente, con suoni mistici e offrirci il suo personalissimo pensiero di un altro brano preso in prestito da un grande autore.

Il lavoro si conclude con il richiamo di Mutual Dreaming, feat. Ivano Rossato. L’apertura tribale è seguita dagli arpeggi. A quattro mani poi si sviluppano tema e arrangiamento, con una chitarra lead che sa di un lamento nostalgico e accorato. Le due chitarre, sognano assieme qui, si scambiano, si intrecciano. E’ un unico sogno con due protagonisti, o sono due sogni che riescono a fondersi? Quel’è la realtà di questo brano? Con questi dubbi, non viene altro che ascoltare per comprendere a quale ordine dell’infinito i suoni delle chitarra potranno mai incontrarsi.

Troverete quest’evanescente e interessantissima opera su spotify

Buon ascolto!


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